Oltre venti carabinieri, unità cinofile arrivate da Palermo ad Agrigento, posti di blocco, perquisizioni, cani antidroga nelle piazze, decine di veicoli fermati, più di cento persone identificate. Il risultato finale? Tre persone segnalate alla Prefettura per uso personale di hashish e marijuana. Se non fosse tutto drammaticamente reale, sembrerebbe una barzelletta.
Ancora una volta le istituzioni mettono in scena la solita operazione muscolare, costosa e altamente spettacolarizzata, che non colpisce alcuna rete criminale, non smantella alcun traffico, non migliora la vita dei cittadini. Serve solo a produrre titoli trionfalistici e statistiche vuote, mentre denaro pubblico, tempo e risorse vengono bruciati per inseguire consumatori, non criminali.
La chiamano “sicurezza”, ma per molti è solo intimidazione legalizzata: piazze trasformate in zone di sospetto, giovani fermati e perquisiti, cittadini trattati come potenziali colpevoli. Il tutto per sequestrare qualche grammo di cannabis, una sostanza che in mezzo mondo è regolamentata, depenalizzata o legalizzata, mentre qui continua a giustificare operazioni degne di un’emergenza nazionale.
La cosiddetta guerra alla droga va avanti da oltre cinquant’anni. Cinquant’anni di repressione, controlli, arresti, segnalazioni, spese folli. Il risultato? Le droghe sono più diffuse che mai, il mercato è più ricco che mai, le organizzazioni criminali ringraziano e prosperano. Lo dicono i dati, non le opinioni: la repressione non ha mai ridotto il consumo, non ha mai eliminato lo spaccio, non ha mai risolto il problema.
Eppure il copione non cambia. Si continua a colpire l’anello più debole, il consumatore, mentre i veri affari restano intatti. Si continua a confondere ordine pubblico con propaganda, sicurezza con controllo, prevenzione con paura.
Tre segnalazioni. Questo è il bilancio reale, spogliato della retorica. Tre cittadini marchiati burocraticamente, nessun beneficio concreto per la collettività.
Nel frattempo, le vere emergenze restano sullo sfondo: lavoro che manca, servizi sociali insufficienti, quartieri abbandonati, disagio giovanile ignorato.

Questa non è una vittoria dello Stato. È l’ennesima dimostrazione del fallimento di una strategia cieca, ideologica, incapace di leggere la realtà. Una finta guerra che serve solo a giustificare se stessa, mentre il conto lo pagano sempre gli stessi: i cittadini.
Forse sarebbe ora di smettere di fingere. Di ammettere che questa guerra è persa da decenni. E di iniziare, finalmente, a parlare di politiche serie, basate su dati, salute pubblica, riduzione del danno e regolamentazione, invece di continuare a terrorizzare le piazze per produrre risultati ridicoli.

