All’inizio di febbraio, a Copenaghen è nato un progetto destinato a far discutere: il primo club danese dedicato all’uso sociale della cannabis terapeutica.
Non si tratta di un locale aperto al pubblico, ma di uno spazio riservato esclusivamente a persone in possesso di una prescrizione medica, che possono così assumere il proprio trattamento in un ambiente condiviso e regolamentato.
Il club, chiamato Smokenhagen, si trova nel centro della capitale e rappresenta un’iniziativa inedita per il Paese. Dietro la sua apertura c’è Khodr “Cutter” Mehri, attivista impegnato da anni sul tema, che ha portato avanti il progetto tra ostacoli burocratici e preparativi organizzativi. L’idea era stata presentata già nel 2025, ma solo dopo la stabilizzazione delle leggi sulla cannabis terapeutica è diventata realtà.
Un ambiente sociale per un uso medico
L’accesso al club è limitato ai membri registrati che possono dimostrare di avere una prescrizione valida. È consentito esclusivamente il consumo di cannabis acquistata legalmente tramite le farmacie, secondo le norme sanitarie danesi.
All’interno, l’atmosfera è lontana da quella di una struttura medica tradizionale: si tratta piuttosto di uno spazio accogliente, con aree relax, possibilità di socializzare e servizi pensati per creare comfort. L’obiettivo principale è offrire un’alternativa a chi non può utilizzare la propria terapia a casa, per motivi familiari, logistici o di convivenza.
Il contesto normativo e le opinioni divergenti
La Danimarca ha introdotto l’uso medico della cannabis nel 2018, attraverso un programma sperimentale. Questo sistema permetteva ai medici di prescrivere diversi prodotti a base di cannabis, anche se non classificati come farmaci standard.
Dopo alcuni anni di sperimentazione, il Parlamento ha deciso di rendere permanente questa possibilità. I numeri mostrano un utilizzo significativo: migliaia di pazienti hanno ricevuto prescrizioni, soprattutto per trattare condizioni come dolore cronico, sclerosi multipla e tumori.
Le autorità sanitarie riconoscono che, per alcuni pazienti, la cannabis rappresenta un supporto utile nella gestione dei sintomi, contribuendo a migliorare la qualità della vita.
L’apertura del club non è passata inosservata. Alcuni esponenti politici hanno espresso preoccupazione, sostenendo che creare uno spazio collettivo attorno a un trattamento medico possa essere problematico.
Altri, invece, ritengono queste critiche basate su stereotipi ormai superati. Medici e specialisti sottolineano che i pazienti che ricorrono alla cannabis terapeutica appartengono spesso a fasce della popolazione lontane dall’immaginario comune legato a questa sostanza.
Entro i limiti della legge
Mehri ha chiarito più volte che il progetto attuale è completamente diverso da esperienze passate, quando aveva tentato iniziative meno regolamentate. Oggi il club opera nel pieno rispetto delle normative e non ha finalità provocatorie.
La quota mensile richiesta ai membri è contenuta e serve esclusivamente a sostenere i costi di gestione. L’intento non è commerciale, ma pratico: offrire uno spazio sicuro e legale a chi ha bisogno di questo tipo di terapia, senza entrare nel dibattito ideologico.
E l’Italia guarda ma non impara
Nel frattempo, mentre diversi Paesi europei, come la Danimarca, continuano a sperimentare modelli più aperti e pragmatici — dalla regolamentazione della cannabis terapeutica fino alla creazione di spazi controllati per i pazienti — l’Italia appare sempre più immobile, se non addirittura in controtendenza. Invece di aggiornare il proprio approccio sulla base delle evidenze scientifiche e delle esperienze internazionali, il dibattito resta spesso bloccato su posizioni ideologiche.

Negli ultimi anni si è assistito a un irrigidimento delle politiche, con un aumento delle misure repressive e una scarsa attenzione alle esigenze concrete dei pazienti. Il risultato è un Paese che osserva da lontano i cambiamenti in atto altrove, senza riuscire a tradurli in riforme concrete, lasciando molti cittadini in una zona grigia tra necessità terapeutiche e limiti normativi.
Si spera che prima o poi, anche nel Bel Paese, la coscienza di qualche politico si smuova portando a un cambiamento concreto.

