Una vicenda giudiziaria durata anni si è conclusa con un’assoluzione piena che potrebbe avere implicazioni rilevanti sul rapporto tra legge penale e libertà di culto. La Seconda sezione della Corte di Appello di Bologna ha infatti stabilito che, in determinate circostanze, l’uso della cannabis può rientrare nella sfera della pratica religiosa, e quindi essere tutelato dalla Costituzione.
Con la formula “perché il fatto non sussiste”, i giudici hanno ribaltato la precedente condanna emessa dal Tribunale di Forlì nei confronti di due giovani monaci induisti, ponendo fine a un percorso giudiziario iniziato nel 2022.
Dall’India all’Appennino: una scelta di vita radicale
La storia affonda le sue radici nel periodo successivo alla pandemia, quando le restrizioni sui visti costrinsero due giovani italiani, praticanti della tradizione induista e devoti al dio Shiva, a lasciare l’India.
Decisi a proseguire uno stile di vita ascetico, i due individuarono un rifugio isolato nell’Appennino tosco-romagnolo, tra Premilcuore e Rocca San Casciano. Si trattava di un edificio rurale dell’Ottocento, privo di comfort essenziali: niente riscaldamento, nessuna strada di accesso agevole, isolamento totale.
In quel contesto estremo, raggiungibile solo dopo lunghe camminate su sentieri impervi, i due monaci conducevano una vita scandita da meditazione, preghiera e pratiche spirituali. La loro scelta non era solo logistica, ma profondamente simbolica: un ritorno alla semplicità e al distacco dal mondo materiale.
La scoperta e l’intervento delle forze dell’ordine
A interrompere questa quotidianità fu un episodio apparentemente casuale. Un escursionista, passando nei pressi del rudere, notò un intenso odore di marijuana provenire dall’interno dell’edificio e decise di segnalare la situazione ai Carabinieri.
L’intervento delle forze dell’ordine si rivelò tutt’altro che semplice. L’area era talmente difficile da raggiungere che i militari dovettero abbandonare i mezzi e proseguire a piedi, affrontando un percorso simile a una spedizione in montagna.
Una volta giunti sul posto, non si trovarono di fronte a una situazione conflittuale. I due monaci, infatti, collaborarono immediatamente, consegnando spontaneamente le piante e le infiorescenze coltivate, senza opporre alcuna resistenza.
La condanna in primo grado
Nonostante il comportamento pacifico e il contesto isolato, la vicenda sfociò rapidamente in un procedimento penale. I due furono arrestati e sottoposti a processo per direttissima.
Il Tribunale di Forlì, in primo grado, ritenne che la coltivazione non fosse riconducibile a uso strettamente personale, condannandoli a 5 mesi e 10 giorni di reclusione per detenzione di sostanze stupefacenti a fini non consentiti dalla legge.
Questa decisione si basava su un’interpretazione rigorosa della normativa sugli stupefacenti, che non prevedeva eccezioni esplicite per l’uso religioso.
Il ribaltamento in Appello
La svolta è arrivata in Appello, grazie alla strategia difensiva che ha posto al centro il significato spirituale dell’uso della cannabis.
L’avvocato difensore ha sostenuto che il consumo della sostanza non era finalizzato né allo sballo né alla vendita, ma rappresentava un elemento integrante del percorso religioso dei due monaci. In alcune tradizioni legate al culto di Shiva, infatti, l’uso di sostanze cannabinoidi è considerato parte di pratiche rituali e meditative.
La Corte di Appello di Bologna ha accolto questa impostazione, riconoscendo che, nel caso specifico, l’utilizzo della cannabis fosse strettamente connesso all’esercizio della libertà religiosa.
Secondo i giudici, questo diritto – garantito dalla Costituzione – può prevalere sulla norma penale, analogamente a quanto già avviene in altri ambiti, come l’uso terapeutico di cannabis o altre sostanze.

Un precedente destinato a far discutere
Le motivazioni ufficiali della sentenza saranno rese note nelle prossime settimane, ma il dispositivo già indica un principio potenzialmente innovativo: la possibilità che pratiche religiose specifiche incidano sull’interpretazione delle norme penali.
La decisione apre interrogativi importanti. Fino a che punto la libertà di culto può giustificare comportamenti altrimenti vietati? Quali limiti dovranno essere stabiliti per evitare abusi?
Il caso dei due monaci, per le sue caratteristiche particolari – isolamento, assenza di finalità commerciali e coerenza con una pratica spirituale dichiarata – potrebbe restare un episodio circoscritto. Tuttavia, rappresenta comunque un punto di riferimento nel dibattito giuridico sul bilanciamento tra legge dello Stato e diritti fondamentali.
In questo equilibrio delicato, la sentenza della Corte di Appello di Bologna segna un passaggio significativo. La cannabis, in questo contesto, non può essere ridotta semplicemente a una sostanza associata allo “sballo”, ma assume significati ben più ampi e profondi, legati anche alla dimensione spirituale e rituale di alcune tradizioni.
Per molte culture, infatti, essa rappresenta uno strumento di introspezione, meditazione e connessione con il sacro. In una società che si definisce pluralista e rispettosa dei diritti fondamentali, ogni individuo dovrebbe poter scegliere liberamente il proprio percorso spirituale, anche quando questo includa pratiche che prevedono l’uso della cannabis, purché ciò avvenga nel pieno rispetto della sicurezza pubblica e della libertà altrui.

