«La coltivo per curarmi»: il tribunale esclude ancora una volta lo spaccio.
La storia giudiziaria di Mario Olianas, 45 anni di Arzachena (in Sardegna), continua ad alimentare il dibattito italiano sull’uso terapeutico della cannabis e sulle rigidità della normativa in materia di sostanze stupefacenti. Per la quinta volta, infatti, l’uomo è stato assolto dall’accusa di coltivazione e detenzione di marijuana ai fini di spaccio. Un nuovo capitolo di una vicenda che, oltre al caso personale, mette in luce le difficoltà incontrate da molti pazienti che ricorrono alla cannabis per alleviare patologie croniche o dolori persistenti.
L’ultimo procedimento risale all’ottobre del 2025, quando gli agenti del commissariato di Porto Cervo avevano effettuato una perquisizione nell’abitazione dell’uomo ad Arzachena. Durante il controllo erano state trovate 33 piante di marijuana, quasi otto chili di sostanza già essiccata e un impianto completo per la coltivazione indoor: sistemi di irrigazione, lampade, ventilatori, strumenti per l’essiccazione e il confezionamento. La presenza di una bilancia elettronica e di bustine in cellophane aveva ulteriormente rafforzato, agli occhi degli investigatori, il sospetto di un’attività di spaccio.
Elementi che, almeno in una prima fase, sembravano delineare un quadro piuttosto netto. Eppure, come già accaduto in passato, la vicenda si è sviluppata in maniera diversa rispetto all’ipotesi accusatoria iniziale. Olianas ha sempre sostenuto di non essere uno spacciatore e di utilizzare la cannabis esclusivamente per motivi terapeutici. Una versione che, ancora una volta, è stata ritenuta credibile dal tribunale.
Assistito dall’avvocata Maria Assunta Argiolas, il 45enne ha scelto il rito abbreviato condizionato alla produzione della documentazione sanitaria e delle precedenti sentenze di assoluzione. Durante l’udienza davanti alla giudice Federica Distefano, Olianas ha spiegato di essere affetto da una patologia per la quale gli è stato prescritto l’uso della cannabis a scopo antalgico, cioè per il controllo del dolore. Secondo la difesa, la quantità di marijuana detenuta sarebbe stata compatibile con il consumo personale necessario a gestire una terapia continuativa.
Già dopo l’arresto, il giudice per le indagini preliminari aveva disposto la scarcerazione alla luce dei documenti medici prodotti dalla difesa e delle assoluzioni ottenute negli anni precedenti. Nonostante ciò, il processo è comunque arrivato in aula, dove l’imputato ha dovuto nuovamente dimostrare che la coltivazione fosse destinata esclusivamente al proprio fabbisogno.
Per Olianas si tratta della quinta assoluzione in pochi anni: le prime due erano arrivate nel 2019, seguite da altre sentenze favorevoli nel 2022 e nel 2023. Una sequenza rara, che ha trasformato il suo caso in una sorta di simbolo delle contraddizioni presenti nel sistema normativo italiano sulla cannabis.
Il nodo della cannabis terapeutica in Italia
In Italia, infatti, l’uso terapeutico della cannabis è consentito in determinate circostanze e sotto controllo medico, ma l’accesso ai prodotti prescritti rimane spesso complicato. Le forniture non sempre sono sufficienti, i costi possono essere elevati e i tempi burocratici scoraggiano molti pazienti. Proprio queste difficoltà spingono alcune persone a coltivare autonomamente la cannabis necessaria alle proprie cure, esponendosi però al rischio di indagini, sequestri e procedimenti penali.
Il problema nasce soprattutto dal fatto che la legislazione italiana continua a muoversi su un equilibrio fragile tra apertura terapeutica e approccio proibizionista. Da una parte, lo Stato riconosce le proprietà mediche della cannabis per alcune patologie; dall’altra, mantiene norme severe sulla coltivazione domestica, anche nei casi in cui non emerga alcun elemento concreto di spaccio.
Negli ultimi anni diverse sentenze hanno provato a distinguere in modo più chiaro tra coltivazione destinata al mercato illegale e produzione per uso personale. La Corte di Cassazione, in alcune pronunce, ha riconosciuto la non punibilità della coltivazione domestica di minima entità destinata esclusivamente al consumo individuale. Tuttavia, la valutazione resta spesso affidata ai singoli tribunali e alle circostanze specifiche di ogni caso, creando una situazione di forte incertezza giuridica.
Chi utilizza cannabis terapeutica denuncia da tempo questa contraddizione. Molti pazienti sostengono di sentirsi criminalizzati nonostante seguano percorsi medici documentati. La semplice presenza di lampade, fertilizzanti o strumenti di essiccazione viene frequentemente interpretata come indice di un’attività organizzata, anche quando non esistono prove concrete di cessione a terzi.
Un caso che riapre il dibattito sul proibizionismo
La vicenda di Mario Olianas si inserisce proprio in questo contesto. Per cinque volte l’uomo è stato accusato di spaccio e per cinque volte i giudici hanno riconosciuto l’assenza di prove che dimostrassero la vendita della sostanza. Un percorso giudiziario lungo e ripetuto che evidenzia come, in Italia, il confine tra paziente e imputato possa diventare estremamente sottile.
Il caso riaccende inoltre il confronto politico sul tema della cannabis. Da anni associazioni, medici e movimenti antiproibizionisti chiedono una riforma che renda più semplice l’accesso alla cannabis terapeutica e che distingua in maniera più netta le situazioni legate alla salute da quelle criminali. Dall’altra parte, resta forte una linea politica orientata alla repressione e al mantenimento di norme restrittive.
Nel frattempo, storie come quella di Olianas continuano a riempire le aule dei tribunali italiani. E ogni nuova assoluzione riporta al centro una domanda che il dibattito pubblico non sembra ancora aver risolto: fino a che punto lo Stato italiano continuerà a trattare come un reato la coltivazione di cannabis da parte di chi la utilizza esclusivamente per curarsi?


