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Arrestato tramite YouPol: il lato oscuro dell’app messa in mano ai cittadini

Vado Ligure, segnalato, arrestato e assolto: la cannabis era per uso medico

La vicenda giudiziaria che aveva coinvolto un cittadino di Vado Ligure si è conclusa con un verdetto che ribalta completamente le accuse iniziali. Il tribunale ha infatti assolto Michele Sapetti, 45 anni, ritenendo che il fatto contestato non costituisse reato. La marijuana sequestrata durante un controllo dei carabinieri non era destinata al mercato illegale, ma all’uso terapeutico, nell’ambito di un percorso sanitario regolarmente autorizzato.

L’episodio risale alla primavera del 2025. Durante un accertamento nel garage dell’abitazione, i militari avevano individuato un impianto per la coltivazione di cannabis e sequestrato diverse centinaia di grammi di sostanza. L’uomo era stato arrestato con l’ipotesi di reato legata alla produzione e detenzione di stupefacenti e, dopo il giudizio direttissimo, gli era stato imposto l’obbligo di presentarsi periodicamente alla polizia giudiziaria.

Con il passare dei mesi, però, l’inchiesta ha messo in luce una realtà molto diversa. Sapetti soffre da tempo di una grave patologia neurologica ed è seguito da un centro specializzato nella terapia del dolore. In questo contesto, gli era stato prescritto l’utilizzo di cannabis a fini medici, fornita regolarmente dall’azienda sanitaria locale per alleviare sofferenze croniche e invalidanti.

Durante il processo è stato chiarito che non esistevano indizi di attività di spaccio e che la sostanza sequestrata era collegata esclusivamente a un trattamento sanitario documentato. Il giudice, prendendo atto di questi elementi, ha pronunciato la sentenza di assoluzione ai sensi dell’articolo 530 del codice di procedura penale, cancellando ogni accusa.

A raccontare l’impatto personale della vicenda è la moglie dell’uomo, Donatella Le Rose, che ha vissuto in prima linea le conseguenze dell’indagine: secondo il suo racconto, la famiglia si è trovata improvvisamente travolta da un procedimento giudiziario che ha lasciato segni profondi, tra sequestri, controlli e sospetti, nonostante la legittimità della terapia seguita dal marito.

Il legale difensore, Andrea Corso, ha sottolineato la complessità del caso e il lavoro necessario per dimostrare la correttezza del comportamento del suo assistito, ricordando che si tratta di una persona affetta da una patologia grave e con pieno diritto alle cure prescritte.

La segnalazione che ha dato origine all’intervento delle forze dell’ordine sarebbe partita attraverso l’app YouPol. Ed è proprio questo aspetto a sollevare le criticità più gravi.

Se da un lato la collaborazione civica può rappresentare un valore, dall’altro emerge il rischio di una deriva che non giova alla società: la trasformazione dei cittadini in sorveglianti gli uni degli altri. Strumenti di questo tipo incarnano una visione distorta della sicurezza, fondata sull’idea che lo Stato debba delegare ai cittadini il ruolo di controllori, spingendoli a segnalare, sospettare, denunciare. Una logica che avvelena il vivere civile e trasforma la paura in metodo di governo.

In assenza di filtri reali e responsabilità immediate, una segnalazione può diventare un’arma: basta un sospetto, un pregiudizio o una vendetta personale per mettere in moto una macchina repressiva che travolge persone innocenti. Non è partecipazione civica, è delazione digitalizzata, ed è una deriva che non rende la società più sicura, ma più fragile, più diffidente e più disumana.

Ora, dopo l’assoluzione, i familiari valutano iniziative legali per tutelare la propria reputazione e chiedere chiarimenti sulle responsabilità di chi ha dato origine all’indagine. Una storia che, oltre al risvolto giudiziario, pone interrogativi profondi sul confine tra sicurezza, potere e diritti fondamentali, ricordando quanto sia pericoloso sacrificare la dignità delle persone sull’altare di un controllo sociale permanente.

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