La stagione dell’espansione rapida della cannabis in Thailandia sembra essere arrivata a una brusca frenata. Migliaia di negozi specializzati hanno infatti deciso di abbassare definitivamente le serrande dopo l’entrata in vigore di norme più restrittive che hanno ridisegnato il quadro legale del settore. Il risultato è una contrazione senza precedenti di un mercato che, solo pochi anni fa, era considerato uno dei più promettenti del Sud-Est asiatico.
Secondo i dati ufficiali del ministero della Salute pubblica, alla fine di dicembre 2025 nel Paese risultavano registrati oltre 18.400 punti vendita autorizzati alla commercializzazione di prodotti a base di cannabis. Tuttavia, la scadenza delle licenze annuali ha rappresentato uno spartiacque: più di 8.600 autorizzazioni sono giunte al termine e solo una piccola parte degli operatori ha scelto di rinnovarle. Oltre 7.000 negozi hanno invece rinunciato a proseguire l’attività, riducendo il numero complessivo degli esercizi attivi a poco più di 11.000.
Dietro questa emorragia di attività non ci sono solo motivazioni burocratiche, ma un cambiamento profondo dell’indirizzo politico e normativo. La cannabis, depenalizzata nel giugno 2022, aveva innescato una corsa agli investimenti: piccoli imprenditori, agricoltori riconvertiti e start-up urbane avevano puntato su affitti, ristrutturazioni, arredi specializzati e personale, spesso con capitali limitati ma grandi aspettative. Ora, quelle stesse scelte rischiano di tradursi in perdite consistenti. Le stime parlano di decine di milioni di baht bruciati, soprattutto nei centri turistici e nelle grandi città, dove i costi fissi sono più elevati.
Il cambio di rotta è arrivato con il nuovo esecutivo guidato dal Pheu Thai, che ha messo fine all’ambiguità sull’uso ricreativo della marijuana, restringendone l’impiego esclusivamente agli ambiti medico e scientifico. A questa linea politica si è affiancata una direttiva ministeriale che ha alzato sensibilmente l’asticella dei requisiti per operare legalmente. Tra le novità più impattanti c’è l’obbligo, per ogni punto vendita, di garantire la presenza in sede di un medico abilitato o di un operatore di medicina tradizionale ufficialmente registrato.
Un vincolo che, per molte piccole realtà, si è rivelato insostenibile sia dal punto di vista organizzativo sia economico. Assumere o collaborare stabilmente con personale sanitario qualificato comporta costi che numerosi negozi non sono in grado di assorbire, soprattutto in un contesto di domanda più debole e controlli più stringenti.
La chiusura in massa dei dispensari non segna soltanto la fine di un ciclo imprenditoriale, ma solleva interrogativi più ampi sull’equilibrio tra regolamentazione, salute pubblica e sviluppo economico. Dopo essere diventata un caso di studio globale per la liberalizzazione della cannabis in Asia, la Thailandia si trova ora a gestire le conseguenze di un’inversione di rotta che rischia di lasciare sul terreno migliaia di operatori e investimenti difficilmente recuperabili.


