Treviso, patente negata non per ciò che fai ma per chi frequenti: il Tar legittima un controllo sulle relazioni personali
Non basta rispettare le regole, smettere di consumare sostanze e sottoporsi ai controlli: a Treviso si può restare senza patente anche solo perché si frequentano le “persone sbagliate”. Amici, conoscenti, ambienti. È questo il principio che emerge da una decisione del Tar del Veneto, che ha confermato la scelta della commissione medica di non restituire la patente a un automobilista, ritenuto ancora “a rischio” non tanto per ciò che fa, ma per chi potrebbe incontrare.
Secondo i giudici amministrativi, infatti, nel valutare l’idoneità alla guida non contano solo gli esami clinici, ma anche le frequentazioni del soggetto. Tradotto: se stai accanto a qualcuno che fuma cannabis, potresti “ricaderci” anche tu. E questo basta per tenerti lontano dal volante.
Una conclusione che solleva interrogativi inquietanti, perché sposta il confine del controllo pubblico dalla condotta individuale alla vita privata, dalle azioni alle relazioni.
La vicenda riguarda un automobilista trevigiano di circa quarant’anni, già sanzionato in passato per guida sotto l’effetto di sostanze e quindi inserito in un percorso di accertamenti sanitari periodici. Tra febbraio e aprile 2024, alcuni test hanno rilevato tracce minime di THC. Da lì, il verdetto: parere negativo della commissione medica dell’Ulss 2 e sospensione della patente disposta dalla Motorizzazione civile il 5 giugno.
L’uomo ha fatto ricorso spiegando di non aver fatto uso diretto di cannabis, ma di essersi trovato in ambienti dove altri fumavano. Una situazione di fumo passivo, dunque. Il suo legale ha anche contestato le soglie utilizzate nelle analisi, ritenute estremamente basse rispetto a quelle suggerite da numerose linee guida internazionali, che fissano valori ben più alti per distinguere un consumo reale da una semplice esposizione ambientale.
Ma qui arriva il paradosso. Per il Tar, quella difesa non scagiona l’automobilista, anzi lo condanna ancora di più. Nella sentenza si afferma che anche un uso occasionale — o addirittura il semplice contatto con chi consuma — è incompatibile con l’idoneità alla guida. Frequentare persone che fumano cannabis viene considerato un “fattore di rischio” sufficiente a giustificare la sospensione della patente.
In altre parole: non importa se non assumi sostanze, minimizzi i rischi o dimostri di essere lucido alla guida. Se il tuo giro di amicizie non è ritenuto “sicuro”, perdi un diritto fondamentale.
Una posizione che appare a molti sproporzionata e pericolosa. Perché introduce un principio nuovo e discutibile: lo Stato non giudica più solo i comportamenti, ma anche le scelte personali, le relazioni sociali, la libertà di frequentare chi si vuole. Un precedente che apre la porta a una sorveglianza indiretta della vita privata, mascherata da tutela della sicurezza stradale.
Non a caso, la difesa parla di un approccio eccessivo e astratto, che prescinde da qualsiasi valutazione concreta delle capacità di guida. Tanto più se si considera che lo stesso automobilista, rivolgendosi a una struttura sanitaria di seconda istanza, ha ottenuto il ripristino della patente — seppur temporaneo — risultando idoneo alla guida.
Una contraddizione evidente che mette in luce l’arbitrarietà del sistema. E che lascia una domanda sul tavolo: fino a che punto è accettabile negare un diritto non per ciò che una persona fa, ma per ciò che potrebbe fare, o per chi frequenta?
Perché se basta avere amici “scomodi” per essere considerati inidonei, allora il problema non è più la sicurezza stradale, ma la libertà personale.

