Siamo in una scuola del Nord Italia. Un collaboratore scolastico, passando davanti ai bagni degli studenti, avverte uno strano odore. Non passa molto tempo prima che vengano allertate le forze dell’ordine, che arrivano tempestivamente all’istituto.
La scuola non è preda delle fiamme, non vi sono fughe di gas, non è la scena di un film né il trailer di una serie crime. È l’Italia, anno 2026. Siamo a Pordenone, dove uno studente, sorpreso a fumare uno spinello nei bagni della scuola, oggi rischia una segnalazione per detenzione di sostanze stupefacenti a uso personale, con tutte le conseguenze che ne derivano. Senza considerare il trauma psicologico per un ragazzino, affrontare le forze dell’ordine davanti all’intero istituto.
Partiamo da un punto fermo: purchè non vi siano prove evidenti dei danni della cannabis sul cervello degli adolescenti, il consumo di cannabis in età giovanile resta sconsigliato. Inoltre, a scuola si va per studiare, per imparare, e volendo anche per socializzare. Non è certo il luogo adatto per consumare cannabis. Su questo non ci sono ambiguità. Ma è proprio da qui che iniziano le domande, quelle che restano sospese e raramente trovano spazio nel dibattito pubblico.
La reazione messa in atto è stata davvero proporzionata? Se, ad esempio, lo stesso studente fosse stato sorpreso a bere una birra, quale sarebbe stata la risposta? Sarebbero state chiamate le forze dell’ordine? Con ogni probabilità no. E allora perché questa differenza?
L’alcol, l’abuso dello smartphone, il gioco d’azzardo: fenomeni diffusi, socialmente tollerati e, soprattutto, legali. Eppure, il loro impatto sulla salute e sul tessuto sociale è spesso ben più rilevante di quello di una singola “canna”. Dov’è, dunque, l’inghippo?
La risposta è semplice quanto scomoda: la legalità. L’alcol è legale. Il gioco d’azzardo è legale. L’uso compulsivo della tecnologia è legale. La cannabis no. Ed è qui che entra in gioco quella che potremmo definire una dissonanza cognitiva collettiva: il pericolo non viene valutato in base al danno reale, ma in base allo status giuridico dell’atto.
Il collaboratore scolastico – o chi per lui – non chiama le forze dell’ordine perché percepisce un’emergenza imminente, ma perché è consapevole che ciò che sta accadendo, da un certo punto di vista, è illegale. Il confine tra tutela, senso del dovere e automatismo normativo diventa così sempre più sottile.
E allora la domanda diventa inevitabile: che senso ha tutto questo? Dove finisce la percezione del pericolo e dove inizia l’adesione formale alla legge, anche quando questa sembra perdere il contatto con la realtà?
Ad alimentare questa distanza contribuisce anche il modo in cui la notizia viene raccontata. Titoli roboanti, toni allarmistici, lessico da emergenza nazionale: “Scatta l’allarme”, come se ci si fosse trovati di fronte a una minaccia imminente. Eppure, in quel momento, nessuno stava subendo un danno diretto, nessuna libertà altrui veniva violata. Una condotta sbagliata, certo, ma che forse avrebbe potuto – e dovuto – essere gestita all’interno dell’istituzione scolastica, senza trasformarsi immediatamente in un caso giudiziario.
La società contemporanea sembra muoversi sempre più su binari rigidi: legale o illegale, giusto o sbagliato, bianco o nero. In questo schema semplificato, il buon senso e la capacità di valutare i contesti rischiano di diventare concetti residuali, se non del tutto dimenticati. E intanto, tra un “allarme” e l’altro, ci si chiede se stiamo davvero proteggendo i giovani o semplicemente applicando regole senza più interrogarci sul loro significato.

