Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che avvia la riclassificazione della marijuana come sostanza meno pericolosa secondo la legge federale statunitense. Una decisione storica per un settore che attendeva questo passaggio da anni, ma che, al di là del valore simbolico, lascia ancora molte questioni aperte per l’industria legale della cannabis, oggi stimata intorno ai 32 miliardi di dollari.
L’ordine prevede lo spostamento della cannabis dalla Schedule I alla Schedule III del Controlled Substances Act. Questo implica il riconoscimento ufficiale di un uso medico e di un profilo di rischio inferiore, ma non equivale a una legalizzazione federale. Restano infatti incertezze su tempi, procedure e modalità di attuazione, e non è chiaro se l’amministrazione Trump proseguirà il percorso avviato sotto Biden o se opterà per una strategia più rapida e diretta.
Il vantaggio più immediato riguarda la fiscalità. Con la Schedule III, le aziende che coltivano, trasformano e vendono cannabis non sarebbero più soggette alla sezione 280E del codice fiscale, che oggi impedisce la deduzione della maggior parte dei costi operativi. Per molte imprese si tratta di un cambiamento potenzialmente decisivo, in grado di migliorare margini, liquidità e capacità di investimento.
Restano però irrisolti i problemi strutturali del settore, a partire dall’accesso ai servizi bancari. Senza un intervento del Congresso, continuano a pesare le restrizioni del Bank Secrecy Act, la dipendenza dal contante e l’incertezza per banche e investitori istituzionali. Per questo motivo, molte grandi aziende stanno pianificando i prossimi anni come se lo scenario normativo dovesse restare invariato.
Sul piano scientifico e culturale, la riclassificazione rappresenta invece un passaggio chiave. Il riconoscimento dell’uso medico potrebbe facilitare studi clinici negli Stati Uniti, il coinvolgimento delle università pubbliche e il riconoscimento di ricerche internazionali già esistenti. Per molti analisti, questo passaggio è una tappa necessaria verso un’eventuale futura descheduling totale della cannabis.
La decisione potrebbe avere effetti indiretti anche sul settore hemp e sui prodotti a base di THC, riaprendo il dibattito su una regolamentazione unificata che potrebbe dar vita a un mercato potenziale da decine di miliardi di dollari.
All’interno dell’industria, le reazioni sono contrastanti. Alcuni temono che la Schedule III favorisca l’ingresso delle big pharma e marginalizzi i dispensari tradizionali; altri ritengono che l’arrivo dei grandi player sia inevitabile e che il settore debba rafforzarsi per restare competitivo.
Anche se la riclassificazione riguarda formalmente solo gli Stati Uniti, le sue conseguenze potrebbero riflettersi anche in Europa e in Italia. Un riconoscimento americano dell’uso medico rafforza la legittimità internazionale della cannabis terapeutica, può favorire la ricerca e rendere il settore più attrattivo per i capitali. Sul piano politico, il segnale è forte: proprio gli Stati Uniti, storici promotori del proibizionismo, ammettono che la cannabis non è priva di valore medico.
Per l’Italia non si tratta di una svolta automatica, ma di un possibile catalizzatore. Se intercettato politicamente, può aprire spazi oggi bloccati; se ignorato, rischia di accentuare il divario con i Paesi che stanno già costruendo una filiera regolamentata e competitiva.

