Spreco di soldi pubblici, controlli, sequestri, denunce e nulla di stupefacente: l’esecutivo ha le mani sporche della dignità di onesti cittadini
Dopo la giostra politica di questo Governo nel proporre una legge che avrebbe dovuto “normalizzare” il settore della canapa industriale attraverso una super tassa – poi ritirata – lo stesso esecutivo ha deciso di rilanciare con l’ennesimo attacco frontale agli imprenditori del settore canapicolo italiano.
Negli ultimi giorni, infatti, è partito lo tsunami: la più grande operazione di controlli di massa mai avvenuta fino ad oggi; sequestri e denunce che ha colpito i canapa shop di tutta Italia. A oggi si contano circa cinquanta interventi, distribuiti lungo tutta la penisola, che non sembrano rispondere a una strategia di tutela della salute pubblica, ma piuttosto a una logica repressiva cieca, confusa e profondamente ingiusta. Le vere vittime di questa campagna non sono certo criminali o trafficanti, bensì imprenditori onesti, spesso giovani, padri e madri di famiglia che hanno investito tutto in un settore che vive sicuramente in una bolla normativa, ma legale, e tracciabile.
Un caos normativo che dura da nove anni
Ciò che emerge con forza da questi interventi è l’assoluta incertezza legislativa più che giuridica in cui la canapa industriale continua a essere lasciata dopo quasi un decennio. A fronte delle stesse identiche contestazioni, in alcune città gli imprenditori vengono denunciati, in altre no; in alcuni casi vengono ipotizzati più reati, in altri nessuno; talvolta si arriva persino a sequestri grotteschi di prodotti cosmetici regolarmente notificati. In alcuni casi la follia non ha limite, ponendo in stato di fermo l’imprenditore, paragonandolo ad un narcotrafficante. Un quadro che rasenta il paradosso e che dimostra come nemmeno gli organi di controllo abbiano riferimenti normativi chiari e univoci.
Questo “circo infinito” non produce sicurezza, ma solo paura, incertezza e distruzione economica. È il simbolo di uno Stato che non governa un fenomeno, ma lo subisce e lo reprime, scaricando le conseguenze su chi lavora nella legalità.
Controlli repressivi mentre la giustizia chiede chiarezza
Il tempismo di questa offensiva è ancora più grave se si considera il contesto giuridico attuale. Proprio in questi giorni, il Consiglio di Stato ha rimesso alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea il destino della canapa industriale italiana, riconoscendo implicitamente la necessità di un chiarimento definitivo a livello comunitario. Allo stesso modo, il GIP di Brindisi ha sollevato questione di legittimità costituzionale sull’articolo 18 del cosiddetto Decreto Sicurezza, che vieta i fiori di canapa.
Mentre la magistratura chiede risposte chiare e sistemiche, l’esecutivo risponde con sequestri e denunce, anticipando sentenze che ancora non esistono e ignorando anni di giurisprudenza favorevole agli operatori del settore.
Uno spreco enorme di risorse pubbliche e un regalo all’illegalità
Ogni sequestro mobilita decine di agenti, mezzi, laboratori, perizie, atti amministrativi e procedimenti giudiziari. Un impiego massiccio di risorse pubbliche che potrebbe essere destinato a emergenze reali, al contrasto della criminalità organizzata o alla sicurezza dei cittadini. Invece, viene speso per colpire prodotti che, successivamente, risulteranno conformi ai limiti di legge e privi di efficacia drogante.
La storia recente lo dimostra che il 100% dei procedimenti avviati contro la cannabis light si conclude con archiviazioni o assoluzioni. Processi inutili, anni di attesa, merce distrutta, aziende chiuse. E alla fine, spesso, risarcimenti che ricadono sull’intera collettività.
Per i negozi colpiti, un sequestro equivale spesso a una condanna anticipata. Chiusure forzate, azzeramento degli incassi, perdita della merce, stipendi da continuare a pagare, spese legali immediate, danni reputazionali non sempre facili da sanare. Molte attività non riaprono più, anche quando vengono riconosciute innocenti.
Eppure parliamo di un settore che conta migliaia di imprese e decine di migliaia di posti di lavoro, in gran parte occupati da giovani. Un comparto che genera valore, innovazione, gettito fiscale e che potrebbe essere regolato in modo serio, come avviene in molti altri Paesi europei. Oggi tutto questo continua ad essere distrutto pezzo dopo pezzo dal vile governo italiano, nemico del suo popolo e delle sue imprese.
Il risultato di questa strategia è tanto prevedibile quanto pericoloso: il mercato non scompare, ma si sposta. Dove chiude il commercio legale, prospera quello illegale. Meno controlli di qualità, zero tasse, più spazio alla criminalità organizzata. Un esito opposto a quello dichiarato, ma coerente con una visione proibizionista che ignora la realtà dei fatti.
Serve una svolta normativa, non repressione di Stato
La canapa industriale non chiede impunità, ma regole chiare e conformi. Chiede controlli seri, non persecuzioni. Chiede di essere normata, non demonizzata. Continuare su questa strada significa distruggere un settore produttivo, sprecare denaro pubblico e calpestare la dignità di migliaia di lavoratori. Questo settore chiede da anni un confronto serio con il governo, un tavolo tecnico dove governanti ed esperti del settore possano trovare un punto di incontro, che ad oggi, nonostante le persecuzioni, vale già 2 miliardi di euro l’anno.
È arrivato il momento di fermare questa deriva repressiva e di restituire razionalità, diritto e buon senso a una materia che lo Stato, da troppo tempo, gestisce nel peggiore dei modi. Perché il prezzo di questa guerra ideologica non lo stanno pagando né la criminalità né lo spaccio, ma cittadini onesti e l’intera collettività.
La resistenza verde è impenetrabile: gli imprenditori andranno fino in fondo
Il governo italiano non comprende – o sceglie deliberatamente di ignorare – che gli imprenditori della canapa industriale non arretreranno di un solo centimetro. È vero, alcune aziende non riusciranno a resistere a questa pressione, ma il cuore del settore, lo zoccolo duro della canapa italiana, resta compatto e inattaccabile.
Associazioni di categoria, gruppi di lavoro e singoli imprenditori, da un lato, si confrontano, pianificano e mettono in campo strategie per contrastare una repressione ingiusta e ideologica; dall’altro, continuano a dichiararsi disponibili al dialogo e a un confronto serio con le istituzioni. Una disponibilità che, finora, non ha trovato una risposta altrettanto responsabile da parte del governo.
Questo esecutivo sta portando avanti una battaglia già persa in partenza e, forse proprio per questo, reagisce con accanimento contro chi lavora nella legalità. Ma quando la Corte Costituzionale e la Corte di Giustizia europea si pronunceranno – come tutto lascia prevedere – a tutela della canapa industriale italiana, ogni spazio per ulteriori azioni repressive verrà meno.
Resterà allora il bilancio di un governo incapace di governare un settore economico, che ha scelto invece di colpire i propri cittadini, distruggendo valore, lavoro e dignità. Una deriva tutta italiana, che danneggia non solo la canapa industriale, ma l’intera economia del Paese.



