Per un’intera legislatura Fratelli d’Italia ha raccontato agli italiani che la cannabis light fosse una minaccia travestita da innocua piantina. Poi, all’improvviso, nella notte della Manovra, lo stesso partito ha depositato un emendamento che – ironia della sorte – avrebbe riportato sugli scaffali proprio quelle infiorescenze che aveva appena bandito con orgoglio nel decreto Sicurezza.
Un passo avanti, due indietro, e nel mezzo una super-tassa del 40% presentata come arma per “contrastare” un settore che, tecnicamente, FdI stava in quel momento contribuendo a far rinascere. Nemmeno Kafka avrebbe immaginato una costruzione così contorta.
Il paradosso: prima il divieto totale, poi la rianimazione… per soffocamento fiscale
Il decreto Sicurezza emanato pochi mesi fa aveva chiuso ogni spiraglio: niente commercio di infiorescenze, niente derivati con THC minimo, niente margine per un settore che in Italia aveva creato migliaia di posti di lavoro, specialmente tra giovani agricoltori e piccole imprese.
Poi arriva l’emendamento Gelmetti: una proposta tecnica, limiti di THC rigidissimi, vendita solo in canali controllati, tracciabilità rigorosa… insomma, le basi di una regolamentazione finalmente sensata. Peccato che il cuore dell’emendamento fosse tutt’altro: un’imposta pari al 40% del prezzo finale. Non una tassa di scopo, non una misura per finanziare prevenzione o ricerca, ma un meccanismo disegnato esplicitamente per rendere antieconomico il prodotto.
Tradotto:
«Non vogliamo davvero che torni in commercio. Vogliamo solo renderlo così caro da farvi passare la voglia.» Più che un sistema fiscale, un estintore.
Il dietrofront: il partito si spaventa della sua stessa ombra
La macchina mediatica si accende, l’opposizione attacca, gli esperti restano basiti. E FdI cosa fa? Prima difende l’emendamento sostenendo che servirebbe a “limitare la diffusione” della cannabis light (curiosa logica: limitare qualcosa reintroducendolo), poi in poche ore annuncia il ritiro della proposta.
Non perché fosse tecnicamente sbagliata. Non perché il settore produttivo sia stato finalmente ascoltato. Ma perché politicamente intollerabile: come spiegare agli elettori più rigorosamente proibizionisti che il partito stava di fatto riaprendo ciò che aveva appena sigillato?
Il risultato è una scena che sa di improvvisazione:
– deposito dell’emendamento,
– spiegazioni contraddittorie,
– marcia indietro fulminea.
Un balletto che lascia sul tavolo soprattutto una sensazione: la linea del governo non è affatto chiara.
Una filiera in ostaggio dell’altalena politica
Il settore della cannabis light non è un capriccio modaiolo. È una filiera agricola che ha:
- investito in serre e terreni,
- strutturato processi di trasformazione,
- costruito reti di distribuzione,
- creato lavoro stabile,
- generato un indotto significativo per apparecchiature, analisi di laboratorio, packaging.
La stroncatura (legale ma non giuridica) arrivata col decreto Sicurezza aveva già mandato in crisi migliaia di operatori. La comparsa improvvisa dell’emendamento Gelmetti aveva acceso un lumicino di speranza: finalmente si parlava di regolamentare, non di proibire.
Poi il ritiro in extremis ha spento tutto, confermando la sensazione più amara per gli addetti ai lavori: non c’è una strategia, c’è solo un riflesso ideologico.
La super-tassa resta il vero messaggio politico
Al netto del caos parlamentare, ciò che emerge è un messaggio chiaro: “Possiamo anche reinserire un prodotto sul mercato, ma solo per colpirlo meglio.”
È proibizionismo 2.0: non si vieta con la legge, lo si fa implodere con la fiscalità.
Ma così si ottiene l’effetto opposto: si spinge il mercato verso il sommerso, si disincentiva l’emersione, si indebolisce il controllo sanitario.
Un settore regolamentato paga le tasse, produce dati, assume personale Un settore clandestino, invece, non conosce alcun limite, né di THC né di sicurezza. È davvero questo il risultato che vuole ottenere un governo che parla continuamente di ordine pubblico?
Chi teme la regolamentazione teme la realtà
La verità, che l’altalena di FdI rende evidente, è semplice: la cannabis light non è un problema sanitario; è un problema politico per chi ne ha fatto un totem identitario.
Regolarla significa:
- riconoscere che il divieto totale non funziona;
- distinguere tra droghe leggere e pesanti;
- costruire un rapporto adulto tra Stato e cittadini;
- accettare che l’Italia non può restare ferma mentre gli altri Paesi europei evolvono.
E soprattutto significa rinunciare a un argomento da campagna elettorale sempreverde: lo spettro della “droga” usato per compattare il fronte conservatore.
Il vero nodo: la paura di perdere un nemico facile
Per un partito che ha costruito parte della sua identità sulla narrativa della fermezza, scoprire che la realtà economica chiede pragmatismo è destabilizzante. E così la cannabis light diventa un nemico perfetto: innocuo abbastanza da poter essere combattuto senza rischi reali, ma simbolicamente potente per rassicurare il proprio elettorato.
L’emendamento Gelmetti è stato un cedimento fugace al buon senso. Il suo ritiro è il ripristino dell’ortodossia: meglio un settore in ginocchio che un racconto politico incrinato.
La domanda che resta sul tavolo
Dopo questo ping-pong, l’Italia si ritrova esattamente da dove era partita: un divieto assoluto che non risolve nulla e un settore agonizzante che potrebbe generare lavoro, entrate fiscali e innovazione.
Ma una domanda pesa più delle altre: che credibilità può avere un governo che vieta il mercato, poi prova a reintrodurlo, poi lo ritira, tutto nell’arco di poche ore?
Se il proibizionismo diventa un esercizio estetico più che una scelta politica, allora il vero problema non è la cannabis light, ma la leggerezza con cui viene trattato un pezzo di economia reale.

