Il tentativo del Governo di bloccare per legge la commercializzazione delle infiorescenze di canapa industriale si ritrova ora sotto la lente delle due massime giurisdizioni: la Corte di giustizia dell’Unione Europea e la Corte costituzionale italiana. Due strade diverse, ma entrambe nate da giudici che dubitano della legittimità del nuovo quadro repressivo.
Dalla sospensione del Consiglio di Stato al rinvio del GIP di Brindisi
Primo segnale: il Consiglio di Stato ha chiesto ai giudici di Lussemburgo di verificare se il divieto italiano su foglie e fiori di Cannabis sativa L. – provenienti da varietà certificate e con THC minimo – rispetti i principi fondanti del mercato unico e della politica agricola europea.
Secondo segnale, ancora più diretto: con un’ordinanza del 26 giugno 2025, il GIP di Brindisi ha sospeso un procedimento penale relativo al sequestro di un carico di canapa e ha rimandato alla Consulta l’articolo 18 del DL 48/2025 (convertito in L. 80/2025), il cuore del cosiddetto “decreto sicurezza” in materia di infiorescenze.
La questione nasce da un comunicato congiunto (disponibile a fine articolo) di quattro associazioni della filiera – Canapa Sativa Italia, Sardinia Cannabis, Imprenditori Canapa Italia e Resilienza Italia Onlus – che rivendicano un approccio basato su diritto e scienza, non su pregiudizi.
L’articolo 18 contestato su tre fronti
Il giudice di Brindisi mette in discussione l’art. 18 del decreto sotto tre profili distinti.
1. Il problema formale: un decreto “omnibus” senza urgenza
Secondo il GIP, il provvedimento è stato adottato in assenza delle condizioni straordinarie richieste dalla Costituzione per l’uso del decreto legge e inserito in un testo eterogeneo, in contrasto con l’art. 77.
2. Il profilo sostanziale: la violazione del principio di offensività
La norma trasforma in reato qualsiasi attività sulle infiorescenze di canapa industriale senza verificare se il prodotto abbia effetti psicoattivi. Per il giudice, si tratta di una presunzione di pericolosità incompatibile con lo Stato di diritto: non si può punire ciò che non arreca danno.
3. Il conflitto con il diritto europeo
L’ordinanza rileva che un divieto assoluto potrebbe configurare una barriera alla libera circolazione delle merci, in contrasto con l’art. 34 del TFUE. La canapa industriale è, infatti, una coltura pienamente ammessa all’interno del mercato unico.
Il nodo centrale: i fiori non sono reato senza prove scientifiche
La giurisprudenza recente ha mostrato un orientamento chiaro: non basta trovare infiorescenze per ipotizzare un reato. Diversi giudici e Pubblici Ministeri hanno disposto archiviazioni e dissequestri quando le analisi di laboratorio dimostravano l’assenza di efficacia drogante. È necessario valutare caso per caso: se non c’è stupefazione, non c’è reato.
L’art. 18 ha tentato di ribaltare questo principio, trattando ogni infiorescenza come se fosse intrinsecamente illecita, anche quando rientra nei limiti della canapa industriale. È proprio questa presunzione assoluta a essere ora esaminata sia dalla Corte di giustizia UE che dalla Corte costituzionale.
La filiera chiede regole chiare
Le associazioni del settore accolgono positivamente il rinvio alla Consulta, che consente finalmente una verifica costituzionale del divieto generalizzato. Chiedono ora tre passi immediati e concreti:
1. Una moratoria sui sequestri automatici, sospendendo confische e distruzioni basate unicamente sulla presenza di infiorescenze finché i giudizi sono pendenti.
2. Un tavolo tecnico interministeriale, con la partecipazione della filiera e della comunità scientifica, per definire parametri chiari su controlli, tracciabilità ed etichettatura.
3. Linee guida nazionali, per evitare interpretazioni divergenti tra forze dell’ordine e procure che creano incertezza e contenziosi.
La canapa industriale è un settore che produce lavoro, ricerca, innovazione e investimenti. Gli operatori non chiedono deregulation, ma regole stabili e coerenti con la scienza e con il diritto. Vietare indiscriminatamente genera soltanto caos legislativo e danni economici.
La filiera assicura che continuerà a dialogare con rigore e responsabilità, perché regolare bene è sempre meglio che vietare male.



