Nel 2025 ricorre un secolo dall’ingresso della cannabis nel sistema internazionale dei controlli. Un secolo segnato da proibizioni, stigmatizzazioni e perdita di saperi culturali. Ma quest’anno, in occasione di MONDIACULT, la grande conferenza mondiale dell’UNESCO sulle politiche culturali, la cannabis è entrata per la prima volta in un dibattito istituzionale di carattere culturale. È un segnale che potrebbe aprire una nuova fase nella storia di questa pianta, riconosciuta per millenni come risorsa e solo di recente ridotta a “sostanza da proibire”.
Un secolo di ombre: dal 1925 al regime proibizionista
La cannabis ha accompagnato l’umanità lungo tutta la sua storia, con usi che spaziavano dalla tessitura al nutrimento, dalle pratiche terapeutiche ai riti religiosi. Eppure, nel corso del XX secolo, la pianta è stata progressivamente demonizzata e relegata nel campo delle sostanze illecite. La svolta avviene nel 1925 con la Convenzione dell’Oppio di Ginevra, quando “l’Indian hemp” viene sottoposta a restrizioni globali. Pochi mesi dopo, con il Trattato di Bruxelles, la cannabis entra ufficialmente nella Farmacopea Internazionale, segnando l’inizio di un secolo di proibizionismo.
Da quel momento, una serie di trattati e convenzioni internazionali, culminati nella Convenzione Unica sugli Stupefacenti del 1961, hanno consolidato l’idea che la cannabis fosse una minaccia da contenere. Le conseguenze sono state profonde: milioni di persone hanno subito sanzioni penali sproporzionate, intere comunità tradizionalmente legate alla coltivazione e all’uso della pianta sono state marginalizzate, e saperi antichi si sono dispersi. Il proibizionismo non ha soltanto limitato l’uso ricreativo, ma ha prodotto una vera cancellazione culturale, un’operazione che ha interrotto continuità storiche millenarie.
MONDIACULT 2025: l’apertura dell’UNESCO
In questo quadro, l’apertura dell’UNESCO al tema della cannabis rappresenta una svolta culturale. Dal 29 settembre al 1° ottobre 2025, Barcellona ha ospitato la nuova edizione di MONDIACULT, la conferenza globale dedicata alle politiche culturali. È la prima volta che in un contesto ufficiale dell’agenzia ONU viene riconosciuto uno spazio al dibattito sulla cannabis, non come sostanza da reprimere, ma come fenomeno culturale da analizzare.
Le associazioni coinvolte hanno preparato due documenti chiave. Il primo ha ripercorso i cento anni di proibizionismo, con l’obiettivo di decostruire narrazioni che hanno trasformato la cannabis in un capro espiatorio globale. Il secondo è stato dedicato al ruolo delle comunità nella conservazione del patrimonio immateriale legato alla pianta: dalle tecniche agricole alle pratiche rituali, dai linguaggi simbolici alle forme artigianali. In altre parole, l’attenzione si sposta dal binomio “droga e crimine” alla dimensione culturale e identitaria.
Opportunità e contraddizioni
Questa apertura non è priva di rischi. Da un lato, l’ingresso della cannabis nel discorso culturale internazionale può favorire il riconoscimento delle sue molteplici dimensioni storiche e sociali. Dall’altro, vi è il pericolo che tale riconoscimento venga piegato a logiche commerciali, riducendo la pianta a mera merce globale, spogliata delle sue radici comunitarie. In alcuni paesi, inoltre, il tema resta un tabù: parlare di cannabis come patrimonio culturale immateriale può essere percepito come una minaccia, e il rischio di strumentalizzazioni politiche rimane alto.
La vera sfida sarà trasformare questa apertura in uno strumento concreto di dialogo e riforma. Non si tratta solo di cambiare la percezione pubblica, ma di costruire politiche più giuste che tengano conto dei diritti delle persone, delle comunità locali e delle tradizioni che hanno resistito per decenni nonostante la repressione.

Un’agenda per il futuro
Tra le proposte avanzate dalla Cannabis Embassy emerge l’idea delle “5R”: re-legalizzazione e regolamentazione, rispetto, riparazioni, riconoscimento e rigenerazione. Questi principi delineano un’agenda che non guarda soltanto alla depenalizzazione, ma a una vera riparazione storica. Riparare significa non solo cancellare pene sproporzionate, ma anche restituire dignità a chi ha subito lo stigma del proibizionismo. Riconoscere implica considerare la cannabis come parte del patrimonio immateriale dell’umanità. Rigenerare significa promuovere pratiche agricole sostenibili e recuperare varietà autoctone.
In questo scenario, l’UNESCO potrebbe assumere un ruolo cruciale. Oltre a legittimare il dibattito, l’agenzia culturale delle Nazioni Unite ha gli strumenti per collegare la cannabis alle politiche di salvaguardia del patrimonio, all’agenda della sostenibilità e ai progetti di protezione delle comunità indigene. Sarebbe un passo avanti nel superare l’approccio esclusivamente repressivo che ha dominato il secolo scorso.
Il centenario del proibizionismo rappresenta un momento simbolico di straordinaria importanza. La cannabis è stata, per cento anni, il simbolo di una politica di controllo globale che ha generato più danni che benefici. Se oggi l’UNESCO la include nel proprio orizzonte culturale, significa che qualcosa si sta muovendo.
La vera domanda è se questa apertura rimarrà un gesto simbolico o se riuscirà a innescare un processo più ampio di trasformazione. Se Stati, comunità e istituzioni sapranno raccogliere la sfida, il 2025 potrà essere ricordato non solo come l’anniversario di un secolo di proibizionismo, ma come l’inizio di una nuova stagione di riconoscimento, giustizia e cultura.

