Secondo i più recenti dati diffusi dall’European Union Drug Agency (EUDA) e riferiti al 2024, l’Italia detiene un primato poco lusinghiero: l’8,6% degli adolescenti tra i 15 e i 16 anni dichiara un consumo corrente di cannabis, la percentuale più alta dell’Unione europea. Nel continente, il nostro Paese è superato soltanto dal Liechtenstein.
Il dato italiano non è isolato, ma si inserisce in una tendenza europea che vede la cannabis come la sostanza stupefacente più diffusa tra i giovanissimi. Ciò che desta attenzione è la distanza con altri Stati in cui la cannabis è stata legalizzata o regolamentata: in Germania, ad esempio, la quota scende al 6,77%, mentre nei Paesi Bassi – spesso considerati “liberali” in materia – si attesta all’8,08%.
Il consumo di cannabis in Italia è oggi formalmente non perseguibile, ma la normativa resta complessa e restrittiva. Storicamente, tra il 1990 e il 1993 e successivamente dal 2006 al 2014, l’assunzione personale di cannabis era considerata alla stregua dello spaccio, con pene molto severe. Una situazione modificata soltanto dopo l’intervento della Corte costituzionale, che ha ritenuto illegittima tale equiparazione.
Oggi la legge prevede comunque una serie di sanzioni collegate al consumo: la coltivazione domestica per uso personale è ancora reato, così come alcune forme di detenzione. Inoltre, in caso di possesso, possono scattare misure amministrative come la sospensione della patente di guida.
Un ulteriore irrigidimento è arrivato con il decreto-legge sicurezza, approvato in via definitiva lo scorso 4 giugno: il provvedimento include anche la Cannabis legale, conosciuta come “cannabis light” – caratterizzata da un contenuto molto basso di THC e non considerata droga dall’Unione europea – tra le sostanze stupefacenti. Una scelta che ha sollevato critiche da parte di esperti e associazioni di categoria, secondo cui la norma rischia di colpire un settore commerciale ormai consolidato.
Una contraddizione tutta italiana
I dati dell’EUDA evidenziano una contraddizione: nonostante un impianto normativo fra i più restrittivi d’Europa, i giovani italiani risultano tra i più propensi al consumo. Una dinamica che solleva interrogativi sull’efficacia delle politiche di proibizione e sul ruolo della prevenzione.
Secondo diversi osservatori, l’alto tasso di utilizzo tra gli adolescenti potrebbe dipendere non soltanto dalla disponibilità della sostanza, ma anche dalla scarsa attenzione alle campagne di sensibilizzazione nelle scuole e nei luoghi di aggregazione giovanile.
Il confronto con Paesi come la Germania o i Paesi Bassi – dove la cannabis è legale o parzialmente regolamentata e i consumi giovanili restano inferiori – rilancia il dibattito sul modello da seguire. La questione resta aperta: è più efficace reprimere o educare?
L’Italia, intanto, si trova davanti a un bivio: proseguire sulla strada della proibizione o valutare strategie alternative, che uniscano prevenzione, informazione e un approccio normativo meno contraddittorio.

